Psicologia o scienza? di Silvia Caula

Molti dei miei colleghi psicologi sono innamorati dell’idea che la psicologia sia una scienza.

In un mondo in cui la scienza é diventata la “nuova religione” questo non stupisce.

Le discipline scientifiche sembrano avere una dignità superiore, per qualche insondabile ragione, rispetto alle discipline artistiche e umanistiche a livello accademico e nell’immaginario collettivo.

Annoverata tra le scienze a partire dal 1879 grazie a Wilhelm Wundt la psicologia (Psyché=Anima + Logos=Parola) Parola dell’Anima, colei che dà voce all’Anima, é ormai universalmente ritenuta una scienza. Gli esperimenti sono basati sui criteri scientifici (riproducibilità, falsificabilità, oggettività tra i principali) e il tanto sospirato staus é stato raggiunto.

Spesso mi interrogo su questo sgomitare per includere a tutti i costi la psicologia tra le discipline scientifiche e sul significato dell’adoperarsi per equiparare la psicologia alla psichiatria anziché andare per una strada del tutto differente: quella umanistica.

Forse se la disciplina fosse rimasta pacatamente accanto all’ arte, alla letteratura, alla filosofia riconoscendo la propria bellezza nell’essere imperfetta, creativa, contraddittoria, profondamente umana, noi psicologi avremmo fatto una figura migliore?

Per invitarvi ad una riflessione sul senso di mirare al traguardo di essere “disciplina scientifica” voglio condividere qui un esperimento apparso sul forum Quora di Adam D’Angelo e Charles Cheever. Una volta verificate le fonti questo esempio mi é sembrato significativo.

Leggiamo e poi facciamo silenzio, le risposte arriveranno. Non quelle dell’Ego, quelle del cuore.

“Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato folle, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.”

Davvero ci interessa far parte di questo tipo di approccio all’Essere Umano? O forse fa troppa paura ammettere che in un continuum salute mentale e malattia mentale sono costantemente intrecciate, all’interno di ciascuno di noi (psicologi inclusi)? Forse é più comodo e rassicurante etichettare gli altri e poi, da un piedistallo, elargire la nostra “scienza”? Fa paura ammettere che é la relazione, tra due esseri umani, la relazione autentica, che aiuta le nostre parti più sane a vincere su quelle malate? E che é semplicemente questo: essere in contatto, che lo psicologo potrebbe fare, come un artista, come un filosofo, con calore, non nel freddo di un laboratorio?

Etichettare, indubbiamente, é più semplice.

Concludo con una riflessione del grande psicologo, precursore della psicologia umanistica, William James:

“L’occhio del cuore vede dei ciascuni, ed é toccato dalla ciascunità”

Con amore, Silvia, I.T.A.

Qui potete scaricare l’articolo “On being sane in insane places” del Dott. Rosenhan:

https://share.google/BxfCXfOe4M8OCwq2E

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